Quando la montagna diventa virale: Tra scoperta, social media e overtourism

Avreste mai pensato di dover fare la fila per salire sulla vetta di una montagna?

Io, sinceramente, no.

Eppure è quello che sta accadendo sempre più spesso.

Negli ultimi anni, grazie ai social media, abbiamo potuto scoprire paesaggi naturali straordinari, luoghi che fino a poco tempo fa erano conosciuti da pochi, viste mozzafiato dalle cime più alte e angoli di paradiso rimasti a lungo lontani dai grandi flussi turistici.

Tutti questi panorami sono entrati nei feed di milioni di persone, diventando improvvisamente mete desiderate e popolari.

Da un lato, questo è un fatto positivo: la montagna è tornata a essere vissuta, raccontata, amata.

Sempre più persone si avvicinano alla natura, si allontanano dalle città, cercano il silenzio, l’aria pulita e spazi aperti.

Dall’altro lato, però, sorge una domanda inevitabile e che molte volte ci dimentichiamo di farci:

Che impatto ha tutta questa popolarità, amplificata dai social, su territori così delicati?

Sono la prima a seguire creator e influencer che raccontano luoghi meravigliosi, soprattutto legati alla montagna.

Poi però mi capita di scorrere la home dei miei social e vedo la stessa identica foto comparire su decine, centinaia di profili diversi: stessa impostazione, stessa posizione, stessa inquadratura. E mi chiedo: 

Cosa ha spinto tutte queste persone a visitare proprio quel luogo?
Amano davvero l’escursionismo e la montagna o sono semplicemente alla ricerca della foto perfetta da postare?

Da appassionata di montagna e socia CAI, negli ultimi anni mi sono trovata spesso preoccupata, osservando come questi territori venissero letteralmente invasi: persone in fila sulle ferrate, sentieri sovraffollati, gruppi accalcati in spazi che non sono pensati per reggere certi numeri.

Questo fenomeno ha un nome: overtourism. Ed è il lato oscuro della medaglia, quello che non compare nelle foto di Instagram.

Negli ultimi anni l’overtourism ha portato sicuramente benefici economici, ma anche conseguenze importanti: degrado ambientale, sovraccarico dei servizi, pressione su aree iconiche come le Dolomiti, impiego di più risorse e strutture e necessità di una manutenzione più frequente dei sentieri.

Il turismo di massa “mordi e fuggi”, spesso poco consapevole e fortemente influenzato dai social, genera picchi di presenze che superano la capacità di carico del territorio. Da qui la necessità di soluzioni come il contingentamento degli accessi – pensate che era nata l’idea di istituire la “Dolomiti Tax”, proposta degli albergatori per avere “Una tassa per la montagna come a Venezia” [fonte: La Repubblica] – la promozione di un turismo lento, e soprattutto, una maggiore responsabilità individuale nella tutela di ecosistemi fragili.

Non sto dicendo non dobbiamo più andare in montagna. Anzi. Quello che credo sia necessario fare è fermarsi un attimo e riflettere sulle nostre motivazioni.

Siamo mossi dalla curiosità, dalla voglia autentica di scoperta e dal desiderio di entrare davvero in contatto con un territorio?

Oppure quello che sentiamo è la FOMO, la paura di “restare indietro”, o la necessità di aggiungere la foto trend alla nostra galleria Instagram o il bisogno di alimentare l’algoritmo e i nostri contenuti da creators per aumentare views e followers?

Se la risposta si avvicina più alla seconda opzione, allora forse dovremmo parlarne.

I contenuti social nascono per raccontare, promuovere e ispirare. E in molti casi riescono davvero ad avvicinare le persone a luoghi che meritano di essere conosciuti. Ma possono essere anche uno strumento di divulgazione e di informazione per rendere consapevoli le persone e sensibilizzarle su argomenti delicati. Ricordiamoci che la montagna non è un fondale scenografico: è un ecosistema vivo e fragile che funziona secondo equilibri precisi e mantenere questi equilibri è diventato difficoltoso dopo essere diventati “contenuto da social”.

Infatti, ogni anno con l’arrivo della bella stagione, succede sempre più spesso qualcosa di quasi automatico: partiamo per quel posto visto su Instagramquello diventato virale su TikTokquello dove “ci sono andati tutti, quindi devo andarci anch’io”.

Senza volerlo in questo modo alimentiamo questo tipo di turismo, che consuma i luoghi invece di viverli.

Questo significa che i social sono il male assoluto?

No. Significa che hanno un potere enorme e che, come ogni strumento potente, possono avere effetti positivi o negativi. Tutto dipende da come vengono usati e da come vengono interpretati.

Possiamo continuare a visitare e promuovere la montagna, ma dobbiamo imparare a farlo meglio:

• informarci prima di partire;

• conoscere le regole del territorio;

• capire quali comportamenti sono davvero rispettosi;

• scegliere i periodi giusti o meno affollati;

• esplorare luoghi meno noti;

• affidarci a guide ed enti locali come il CAI;

• supportare le economie del posto e fermarci a vivere il territorio, non solo a “fare la foto da influencer”.

Un modo concreto per avvicinarsi alla montagna in maniera più consapevole è affidarsi a chi la conosce davvero. Esistono realtà e professionisti che lavorano ogni giorno sul campo e che possono accompagnarci in modo sicuro e responsabile.

Account divulgativi come @vivere_la_montagna aiutano a comprendere meglio come esplorare le cime con attenzione e rispetto. Allo stesso modo, il CAI (Club Alpino Italiano), attraverso i suoi canali e le attività per i soci, organizza escursioni guidate che permettono di scoprire la montagna imparando, ascoltando e riducendo i rischi. Ogni regione ha le sue sezioni locali, come nel nostro caso @caifvg, dove si possono trovare informazioni utili e interessanti.

Ma soprattutto, possiamo smettere di vedere la montagna come qualcosa da “instagrammare” e iniziare a viverla come qualcosa da rispettare.

I contenuti digitali hanno un impatto enorme sulla percezione dei luoghi. Forse è arrivato il momento di usarli non solo per mostrare “cose belle”, ma per creare informazione consapevole, educazione e rispetto verso quei territori che diciamo di amare.

Autore: Margherita Amendola – Creative Designer & Strategis