Riprendiamoci il futuro!

Da dove partiamo? Dall’osservare il linguaggio che plasma la nostra realtà, il nostro presente.

È sufficiente aver seguito anche solo un corso di comunicazione, di public speaking, di PNL (Programmazione Neurolinguistica), senza dover pensare alla miriade di studi scientifici sul tema, per aver compreso che le parole influenzano il nostro rapporto con gli altri.

Prima ancora, però, influenzano noi stessi, spesso senza nemmeno che ce ne accorgiamo. Pensiamo, ad esempio, alla vecchia amata pubblicità. Tutti i protagonisti sono, possiedono, provano. Nessun “saranno”, “possiederanno” o “proveranno”. 

Nella pubblicità – oggi advertising – i benefici di ciò che è in vendita sono già lì, vivi, presenti, tangibili, e così la necessità di possedere i prodotti proposti cresce. Succede tutto nell’ora. Non solo: l’uso del tempo futuro potrebbe lasciar spazio a scelte diverse, addirittura a un no! E fu così che l’indicativo presente divenne il re delle nostre giornate.

E a un’intera generazione venne rubato il futuro.

La tirannia del presente

A furia d’esser governati dal presente – più che un re è un vero tiranno –, il futuro viene dimenticato. Con lui i sogni e i progetti, che si pensano ed esprimono proprio al futuro. Non immaginiamo e non sogniamo. Non pianifichiamo, di conseguenza. Viviamo un costante presente che ci regala esperienze, ma non ci permette di aprire a nuove possibilità né tantomeno al cambiamento. Che noia! A poco a poco sprofondiamo nel presente. 

Nel frattempo, quando ci raccontiamo agli altri, abbiamo pronta una nostra storia preconfezionata nella quale il nostro vissuto si cristallizza, diventa una narrativa, plasma i nostri ricordi, a volte si sostituisce a loro. 

Sssst…. il cervello ci ascolta

Con il vissuto cristallizzato e la naturale tendenza alla semplificazione, utilizzata dal nostro cervello per gestire la complessità, è facile adottare anche autodefinizioni pronte all’uso (“io sono” qualcosa). Fra queste, spesso, anche alcune antipatiche e ingiuste, come “io sono superficiale”, per fare un esempio. 

Le ripetiamo e ripetiamo finché il nostro cervello assorbe il concetto, senza lasciarci più smuovere dalla posizione. Ed ecco che con le parole possiamo anche influenzare noi stessi

Ma allora, ritornando all’esempio sopra, se ci limitassimo a commentare come “superficiale” un’eventuale azione, anziché noi stessi nella nostra interezza, quanto più facile sarebbe cambiare e riuscire a diventare la persona che vorremmo?

Ascoltiamoci quando parliamo e proviamo a riprogrammarci perché il linguaggio plasma la nostra realtà. 

Lo fa in modo molto concreto: le parole modificano la biochimica del corpo, per esempio, quelle negative possono generare stress e quindi aumentare la produzione di cortisolo; al contrario, quelle gentili e positive attivano i neurotrasmettitori del benessere. 

Il cervello interpreta il mondo attraverso le parole che usiamo per descriverlo e che generano immagini mentali che, a loro volta, producono reazioni di avvicinamento o fuga, piacere o dolore.

Alle parole, si aggiungono anche i toni. Pensiamo a quelli allarmistici che potremmo definire “da telegiornale”. Sommati notizia dopo notizia, urlati di più, conditi con parole sempre più grosse, ci confezionano uno scenario plumbeo e pesante, che ci avvolge e ci fa sentire ogni giorno più impotenti, più inermi, più in pericolo. Paura!

La paura aleggia ovunque

Parte della paura legata al presente è creata proprio dalle parole usate per descriverlo, che spesso potrebbero essere meno forti e aggressive, e dipende anche dai molteplici aspetti della vita che non conosciamo e che generano in noi apprensione, alla quale reagiamo con intensità. 

Un esempio attuale? L’intelligenza artificiale che, è un dato di fatto, fa già parte della nostra vita ed entrerà sempre più a farne parte. Che senso ha opporsi? Perché averne paura? Nel frattempo i media urlanti blaterano delle infinite professioni che scompariranno a causa dell’intelligenza artificiale. 

Che fare? Distruggiamo tutti gli apparecchi elettronici?

In realtà, sappiamo che sono solo strumenti e quindi i loro effetti positivi e negativi dipendono da come sono utilizzati. 

A tal proposito, nel recente post blog “Non siamo macchine che pensano”, il nostro Raoul sottolineava come spesso, parlando dei computer, usiamo “un linguaggio che evoca coscienza, intenzionalità, esperienza interiore.” E avvertiva: “Ma è proprio qui che si nasconde il più grande equivoco della nostra epoca digitale”.

Tendiamo a proiettare sulle macchine le caratteristiche che ci rendono umani. 

È un istinto antico: attribuiamo vita, intenzioni, persino sentimenti a tutto ciò che si muove. Ma nel caso dell’intelligenza artificiale, questo riflesso può diventare pericoloso. Non perché l’IA sia cattiva qualcosa di negativo, ma perché ci impedisce di vedere cosa realmente è: uno strumento straordinariamente potente, ma privo di interiorità.

In quale realtà vivi?

Rispetto all’AI noi umani siamo dotati di coscienza e libero arbitrio e quindi possiamo anche, con la prima, riflettere su di noi e su come ci plasmiamo e, con il secondo, decidere – con una scelta consapevole – di plasmarci in modo diverso poiché il cervello non distingue fra finzione e realtà e reagisce alle parole e alle immagini che ne nascono come fossero fatti concreti.

Usiamo il linguaggio per limitare o rafforzare, escludere o includere, raccontare e ricordare le nostre esperienze personali, contribuire a creare le norme sociali. 

Se dunque il linguaggio dà forma alla nostra quotidianità, è chiaro che ha un potere non indifferente; di conseguenza, va usato con attenzione, come ci ripromettiamo di fare anche a Dixit. 

Naturalmente ogni lingua – manifestazione concreta della capacità innata e universale dell’essere umano di comunicare che è il linguaggio – è soggetta a interpretazioni personali e di sensibilità diverse, a mode successive e a utilizzi errati a furor di popolo (uno per tutti il “piuttosto che” usato come “oppure”, in barba al suo essere un avversativo e sinonimo di “anziché”). Per queste ragioni, la lingua è sempre in evoluzione e può persino finire per cambiare il significato delle sue stesse parole. Portiamo perciò pazienza e aiutiamoci.

Questa breve riflessione vuol dunque essere, in primis per me stessa, un invito a scegliere le parole con consapevolezza e quindi decidere in quale realtà vivere,come percepire gli eventi (catastrofici o sfidanti?), come favorire le relazioni, evitando etichette che creino muri e pregiudizi fra le persone. 

Il linguaggio, strumento di comunicazione, diverrà strumento consapevole di creazione del futuro.