Inclusività vs empatia

Possibile che siano due aspetti che cozzano fra loro? A volte sembrerebbe proprio di sì.

Tutto ciò che segue, naturalmente, è un parere personale. Lo dichiaro subito perché so di affrontare un tema delicato sul quale, per altro, la mia riflessione è in evoluzione. Da un lato, quindi, potrei modificare le mie opinioni, dall’altro provo anche il desiderio di aprirmi al confronto.

Il linguaggio inclusivo

La prima volta che sentii parlare di linguaggio inclusivo pensai che serviva assolutamente, era un’ovvietà. Del resto ricordavo bene la mia sorpresa e la mia frustrazione, ai tempi del catechismo, per essere stata spesso ripresa perché durante la messa utilizzavo le formule previste con le parole giuste, però al femminile, come “O Signore, non sono degnA di partecipare alla tua mensa: ma di’ soltanto una parola e io sarò salvatA”. E protestavo: “ma perché non va bene? Sono una bambina, mica un bambino!”.

Crescendo ho iniziato a riflettere sui nomi dei mestieri al femminile che mi parevano sacrosanti. In fondo un tempo non esistevano quei termini non perché fossero scorretti linguisticamente, ma solo perché non c’erano donne che esercitassero quei mestieri. Insomma, una marea di avvocati, ma nemmeno un’avvocata.

Era perciò una questione di riconoscimento personale, che andava ben oltre a pensieri liquidati come “reazioni femministe”. Che poi, cosa ci sarebbe stato di sbagliato, di base, in un pensiero femminista? Comunque, almeno per oggi, non è quest’ultimo l’argomento del post.

Rimanendo a quei nomi al femminile, c’è anche da dire che ci sono donne contrarie, che per sé li usano al maschile… ed ecco il concetto di sensibilità diverse.

A chi obbietta, invece, che “sindaca non si può sentire” oppure che “non esiste sul vocabolario”, ricorderei che ogni lingua è in evoluzione a seconda – soprattutto – dell’uso che ne fanno i parlanti. Anche “pò” con l’accento non esiste eppure molti lo usano e magari un giorno ce lo ritroveremo pure sul vocabolario!

Il linguaggio inclusivo è empatico

Il linguaggio inclusivo va ben oltre i nomi al femminile, naturalmente. Lo scopo – nobile, a mio avviso – è quello di promuovere una comunicazione che accolga tutte le persone senza discriminazioni,a prescindere da provenienza, genere, orientamenti, età e diverse abilità.

Accogliere per conoscersi e riconoscersi, per avvicinarsi. L’apoteosi dell’empatia.

Stratagemmi linguistici per includere

Negli anni abbiamo cercato molte vie, per esempio, lo sdoppiamento usando sia il termine maschile sia quello femminile (“Buonasera signore e signori”), soluzione che però risulta pesante da mantenere quando andiamo al di là di un discorso di benvenuto.

Un’altra opzione è stata quella delle forme neutrali, come “il personale” anziché “i dipendenti” o “la direzione” anziché “i direttori”. Questa tendenza si è saldata con quella del discorso politically correct che, però, ha messo ben presto in luce il confine sottile fra rispetto e sensibilità, da un lato, e la censura e l’ipocrisia, dall’altro.

Del resto la nostra lingua già prevederebbe una modalità ereditata dal latino per la dualità maschile/femminile, che suggerisce, quand’è necessario riferirsi a gruppi di persone miste o generiche, l’uso del maschile universale o sovraesteso. Dire dunque “gli studenti” al maschile per indicare tutti, anche chi non è maschio. Personalmente uso questa versione, come si può vedere anche in questo scritto.

Al momento, questa soluzione viene però spesso criticata perché “nasconderebbe” le donne e anche chi non si riconosce né come donna né come uomo. Ed ecco che sono apparse proposte per risolvere la questione, come l’uso dell’asterisco o dello schwa (ovvero: ə). Oggi, però paiono poco praticabili, il primo perché è solo una formula scritta (che suono ha l’asterisco?), l’altro perché risulta difficile da pronunciare e anche da gestire all’interno di uno scritto.

Un futuro inclusivo?

Sicuramente siamo in un’epoca di passaggio e l’aspetto per me interessante è che queste istanze sull’uso dell’italiano raccontano di una società in cambiamento che discute (a volte un po’ troppo sulle barricate, a mio modo di vedere) su come e dove si muove.

Potrebbe essere che, col tempo, si scelga tutti di ritornare al maschile universale, ma con una nuova e maggiore consapevolezza sulle persone che quella formula accoglie – che già di per sé sarebbe un bel traguardo – oppure che tutti impariamo a pronunciare lo schwa.

Mi chiedo però spesso se davvero le etichette che stiamo usando, quelle del politically correct, quelle delle differenze di genere che nascono per dire “ci siamo anche noi e abbiamo la nostra dignità”, aiutino il linguaggio inclusivo.

Etichette respingenti

In teoria le etichette dovrebbero servire a riconoscerci e quindi se ci fosse una parola per designare ogni persona e ogni cosa e ogni sensazione e via così, allora tutti dovremmo essere inclusi. In pratica, spesso mi pare che di etichetta in etichetta ci dividiamo in gruppi diversi, sempre più ristretti, sempre più concentrati solo su se stessi, spesso urlanti per sé e per “i propri diritti”, allontanandoci gli uni dagli altri, di fatto.

In questo modo, guardiamo solo al nostro ombelico e perdiamo di vista l’insieme. Perdiamo di vista la capacità di metterci nelle scarpe degli altri perché ormai conosciamo solo le nostre. Perdiamo l’occasione di chiederci se gli altri conoscano quell’etichetta per noi vitale e il suo significato, non proviamo a raccontarglielo ma li contro-etichettiamo subito come nemici. Finisce, insomma, che perdiamo empatia che – e qui sta il paradosso – era la capacità di comprendere e condividere l’altro, che faceva nascere l’idea di includere tutti e riconoscere tutti.

Dal linguaggio alla nostra realtà

Ci arrocchiamo nel nostro gruppo, noi contro tutti! Ma chi lo dice che debba essere così? E in un attimo, passiamo dal linguaggio alla posizione esistenziale, alla nostra realtà che con il linguaggio stiamo plasmando come una guerra perenne. Probabilmente e purtroppo, al momento ce ne siamo ben accorti a livello macro, mondiale, ma forse non siamo sempre consapevoli della nostra tendenza a far lo stesso nel nostro micro.

Empatia e rispetto

Un esercizio difficile ma utile che personalmente faccio è cercare di ricordare che ci siamo sempre noi con la nostra soggettività, che può essere uguale o molto simile a quella di altri, e ci sono miriadi di altre persone con le loro, di soggettività. Spesso l’arroccamento è dovuto all’impossibilità di conoscere. Ma è davvero impossibile? O al contrario evitiamo di mettere in campo la nostra capacità di avvicinarci, osservare, chiedere, sperimentare? Come dicevamo all’inizio, spesso la scelta di un nome è anche una questione di sensibilità personale, di esperienze, di vissuti.

Questo atteggiamento di attenzione all’altro non comporta inclusione ed empatia per tutti, preludio di pace universale e accettazione incondizionata di chiunque. Vuol dire aver preso in considerazione l’altro, averlo riconosciuto, aver aperto un dialogo. Dopo, seguiranno tutte le considerazioni del caso con la consapevolezza di come le parole plasmino la nostra realtà e di come le etichette siano utili per catalogare, ma anche di come dovrebbero rimanere uno strumento, non una forma di giudizio e divisione. In breve, la soggettività dovrebbe essere trattata con rispetto, un rispetto reciproco.

Ed è questo anche il modo in cui scegliamo ospiti e argomenti a Dixit Festival: vogliamo portare l’attualità, aprire a temi che riteniamo possano essere importanti ora o nel futuro, guardare a una nuova cultura e contribuire a essa. Con rispetto.

Autrice: Roberta Osso – Copywriter e Ghostwriter