Ovvero: di come tre generazioni guardino nella stessa direzione senza vedere la stessa cosa, e di cosa c’entri Breaking Bad.
C’è una parola per quello che prova chi è nostalgico di un’epoca in cui non era ancora nato.
È anemoia.
Non è una parola molto usata, il che mi sembra strano, perché descrive qualcosa che vedo succedere in continuazione.
Ho parlato qualche settimana fa con Lucia, classe 2000, ha quindici anni meno di me.
Spesso facciamo chiacchiere, nonostante il gap abbiamo molto da condividere; a un certo punto è uscita la “nostalgia” riferita agli anni novanta, a qualcosa di estetico, cinematografico e musicale.
A un modo di stare al mondo che lei non ha fatto in tempo a sperimentare.
Non ci avevo pensato in quei termini.
Intendo: la nostalgia la capisco, ce l’ho anch’io. Ma la mia è per cose che ho fatto davvero, il telefono fisso in casa, il Nokia 3310 con lo Snake, il fatto che quando qualcuno non rispondeva non sapevi dove fosse e non potevi saperlo, ci stava.
La sua “nostalgia” è diversa. È per qualcosa che ha visto in foto, nelle serie tv, con i meme e i post dei quarantenni. Tipo una nostalgia di seconda mano.
Il punto non è che la sua nostalgia sia meno vera. Il punto è che mi ha fatto capire che qualcosa si è rotto nel modo in cui percepiamo il tempo.
La cerniera millenial
Io sono una millennial. Il che vuol dire, tra le altre cose, che sono cresciuta in un momento in cui il digitale non c’era, poi è arrivato, e io ero abbastanza grande da ricordare il prima ma abbastanza giovane da adattarmi al dopo.
Ho avuto la Playstation 1. Ho avuto anche il primo cellulare con la fotocamera e la prima connessione ADSL in casa, e mi ricordo quando scaricare un file mp3 richiedeva venti minuti e non si poteva usare il telefono nello stesso momento.
Sono, per ragioni anagrafiche, una specie di cerniera.
Questa posizione ha un vantaggio: posso fare il confronto. So com’era. So anche com’è adesso. Non idealizzo il prima (era scomodo, lento, e ci si annoiava in modo che adesso sembra quasi impossibile da replicare) ma non idealizzo nemmeno il dopo.
Quando i social erano una promessa
Poi ho parlato con alcuni ragazzi di terza superiore durante un laboratorio di fotografia a scuola. Quanti anni hanno quelli di terza superiore? Non mi ricordo quanti anni si ha in terza ma qui è arrivato il colpo di scena.
Stavamo parlando di inquadrature e uno è uscito con l’esempio del close-up sul campanello di Hector Salamanca.
“Come fai a conoscere Hector Salamanca?!”
I ragazzi di quella terza avevano visto Breaking Bad! E gli è piaciuta molto.
(Breaking Bad è finita nel 2013, loro avevano forse quattro o cinque anni?)
Fin qui, niente di strano: le serie restano disponibili, si può guardare quello che si vuole quando si vuole. E tutte le generazioni hanno avuto fascinazione per i contenuti culturali o di intrattenimento della generazione prima della loro.
La cosa interessante è venuta dopo: quando ho chiesto dei social (perchè il laboratorio tratta la fotografia istantanea narrativa ad uso social), mi hanno risposto con una specie di scrollata di spalle collettiva.
Non è che li odiano. È che non gli interessano particolarmente. Non sono il centro della loro vita online, ammesso che abbiano una vita online nel senso in cui la intendo io.
Questo mi ha colpito.
Perché se ci penso, la mia generazione ha costruito i social media (Zuckerberg ha un anno più di me) o, meglio, li ha adottati quando erano ancora una cosa nuova, ancora una promessa, ancora uno spazio in cui sembrava stesse succedendo qualcosa. Li abbiamo abitati quando erano eccitanti. Adesso sono infrastruttura, come la rete fognaria: necessaria, invisibile, non particolarmente interessante da discutere a cena – non per tutti.
Da Promessa a sistema
Lucia è cresciuta quando i social erano già così. Li usa sapendo già come funzionano, sapendo che l’algoritmo decide cosa vedi, sapendo che quello che viene amplificato è quello che genera reazione. Non è ingenua, è dentro un sistema già esistente, consolidato e che conosce.
I ragazzi di terza superiore sono nati quando i social erano già un sistema di business, e forse proprio per questo non ci si sono mai particolarmente identificati. Come non ci si identifica con una strada provinciale.
Quello che mi chiedo è se la nostalgia in generale – la loro, quella di tutti – non sia in realtà una risposta a qualcosa che manca nel presente. Non una mancanza sentimentale. Una mancanza strutturale legata alla concezione del Tempo.
Breaking Bad è una serie ambientata in un tempo in cui le informazioni circolano lentamente, in cui le conseguenze delle azioni sono reali e non si possono cancellare con un post. È una serie in cui il tempo ha peso. Forse non è nostalgia per un’epoca. È nostalgia per la densità.
La densità del Tempo. Dal presente all’altrove.
L’algoritmo fa una cosa precisa: prende quello che ha funzionato emotivamente in passato e lo rimette in circolazione, ottimizzato. I meme sugli anni novanta non sono prodotti dalla nostalgia, la producono. Il risultato è che anche chi quegli anni non li ha vissuti e i social li frequenta adesso (Lucia), finisce per sviluppare attaccamento a un’immagine di quegli anni, che è sempre un’immagine ripulita, selezionata, senza le parti noiose o scomode che abitano ogni tempo. Ceci n’est pas une pipe.
La tripletta generazionale che mi ritrovo davanti mi dice una cosa sola: i pensieri verso il presente digitale sono trasversali, ma cambiano forma a seconda di quando sei nato.
Io ho la nostalgia di chi ha vissuto qualcosa e l’ha perso. Lucia ha l’anemoia di chi sente di essersi persa qualcosa. Quelli di terza non sembrano nostalgici, sembrano semplicemente altrove. Come se avessero già capito che il presente digitale non è il posto in cui vale la pena investire la propria identità, e stessero aspettando di costruire qualcos’altro.
Non so se siano già operativi. Ma Breaking Bad l’hanno finita tutta.