Ok, un po’ clickbait, ma ragioniamoci assieme!
Consenso e potere: un legame antico
Ogni forma di potere, per esistere, ha bisogno di consenso.
Non necessariamente di un consenso esplicito, entusiasta o consapevole, ma di una qualche forma di accettazione collettiva.
La politica moderna si fonda su questo principio: governa chi riesce a raccogliere consenso sufficiente per essere legittimato.
E questo consenso non è solo numerico (voti), ma simbolico: riconoscimento, fiducia, identificazione.
Senza consenso, almeno teoricamente, il potere non ha legittimità, con un consenso forte, invece, può permettersi di durare, trasformarsi, persino di sbagliare.
Per secoli, i luoghi del consenso sono stati chiari: partiti, istituzioni, media tradizionali.
Oggi non più.
Creator e consenso: una nuova forma di legittimazione
Nel mondo digitale, il consenso ha cambiato forma.
Non si misura più solo con le urne, ma con attenzione, tempo, interazione.
Seguire qualcuno significa scegliere di concedergli una parte della propria attenzione quotidiana.
Iscriversi a un canale, attivare le notifiche, commentare, condividere: sono tutte micro-azioni che, sommate, costruiscono consenso.
I creator non chiedono voti, ma ottengono qualcosa di altrettanto potente:
una relazione diretta e continuativa con il pubblico.
In questo senso, i follower non sono semplici spettatori, sono persone che ogni giorno rinnovano una forma di fiducia.
Ed è qui che il parallelo con la politica diventa interessante:
perché il consenso dei creator non è mediato, non passa da partiti, redazioni o apparati.
È immediato. Diretto. Quotidiano.
Il creator come figura politica (anche senza volerlo)
Molti creator rifiutano l’idea di essere “politici”.
E spesso hanno ragione: non fanno programmi di governo, non si candidano, non legiferano.
Ma la politica non è solo istituzioni.
È anche costruzione di senso, definizione dei temi, orientamento delle conversazioni.
Quando un creator:
• decide di parlare (o non parlare) di un tema
• racconta il mondo da un certo punto di vista
• normalizza o problematizza certi comportamenti
sta esercitando una forma di potere culturale.
Un potere che non impone, ma orienta o influenza.
E se un giorno fosse un creator a governare?
Immaginare un creator come primo ministro non è fantapolitica.
È una provocazione che serve a porre una domanda più profonda:
chi oggi è davvero in grado di raccogliere consenso?
In un’epoca in cui:
• la fiducia nelle istituzioni è fragile
• i partiti faticano a parlare alle nuove generazioni
• l’attenzione è la risorsa più scarsa
chi sa costruire relazioni, raccontare il presente e tenere insieme comunità potrebbe avere un vantaggio enorme.
Non perché “meglio”, ma perché più vicino ai meccanismi reali del consenso contemporaneo.
Il punto non è eleggere un creator
Il punto non è dire che i creator dovrebbero governare.
Il punto è capire che la politica non può più ignorarli.
Se il consenso oggi passa anche (e spesso soprattutto) da piattaforme digitali, allora studiare il mondo dei creator significa studiare il presente della politica.
Ed è esattamente da qui che nasce DIXIT:
dall’idea che analizzare contenuti, creator e new media non sia un esercizio superficiale, ma un modo per comprendere come evolve la società. Calato nel tema di questo post, ci fa osservare come si forma il consenso oggi — e quindi, anche come si immagina il potere di domani.